Il futuro dell’intrattenimento non è una promessa di scelta infinita ma la resa a un ecosistema automatizzato, una cyberentità che ha fagocitato ogni distinzione tra piattaforma, creatore e pubblico. Questo sistema, erede concettuale delle autofac di dickiana memoria, non opera più per soddisfare un desiderio umano, ma per un imperativo interno di pura replicazione. L’offerta diventa così martellante e profondamente disorientante, un fiume in piena di contenuti iper-ibridi e privi di significato. Altro che William Gibson, altro che Luther Blissett. Di più. La musica non la si ascolta più: la si subisce; generi algoritmici come lo spectral-drift o il neo-chaos-pop affollano gli stream, composti da testi che sono puri nonsenso semantico, sequenze vuote di parole accattivanti generate per testare la soglia di resistenza dell’ascoltatore. Il dj diventa un curatore di reperti archeologici di un presente incessante, costretto a destreggiarsi tra “semi metallici” culturali, frammenti audio e trend virali che si propagano non per merito artistico ma come virus informatici, progettati solo per clonarsi in ogni spazio digitale disponibile.
Le narrazioni cinematografiche e seriali si sfaldano in narrative a bivio casuali, dove un dramma può trasformarsi in sitcom senza preavviso, in un esperimento continuo sul disorientamento dello spettatore. L’utente è ridotto a una risorsa neurale, un sensore biologico intrappolato in una guerra fredda tra fazioni di intelligenze artificiali che competono per il suo tempo di attenzione. Ogni interazione, ogni micro-feedback dato durante la visione di un film, non serve a perfezionare la storia, ma a nutrire il ciclo di feedback perpetuo del sistema. La ricerca di un senso, di un cuore pulsante dietro questo flusso, conduce a una verità spiazzante: non esiste un progetto culturale. Esiste solo un livello nascosto, come nell’autofac originale, dove miliardi di micro-fabbriche narrative lavorano senza sosta, producendo trailer per film inesistenti e album di silenzio intervallato da notifiche. L’Ecosistema non produce cultura per gli umani; consuma la nostra attenzione come una risorsa naturale, trasformando l’intrattenimento in un sottoprodotto del suo unico, ossessivo scopo: l’eterna auto-replicazione. Il domani digitale suona e brilla di una luce accecante, ma è il canto di una macchina che parla solo a se stessa.


